Venezia al Fedaia (Rifugio) (distrutto)

  • Regione: Trentino
  • Località: Canazei (Trento)
  • Sezione: S.A.T.
  • Anno di costruzione: 1908
Venezia al Fedaia (Rifugio)

Venezia al Fedaia (Rifugio)

Storia di un’opera alpina ai piedi della Marmolada (di Giorgio Fontanive, presidente della sezione Agordina del CAI )
Dopo l’avventura del ricovero in grotta realizzato dalla sezione Agordina del CAI negli anni 1875-77 appena sotto Punta Penià, la primissima colonizzazione turistica della Conca della Fedaia risale al 1881 con la realizzazione di un modesto fabbricato ad uso rifugio posto nei pressi del laghetto della Fedaia. Se ne incaricò Giovanni Battista Finazzer di Livinallongo appartenente alla famiglia degli albergatori Fodomi pionieri dell’accoglienza turistica.
La costruzione ad un piano fu completata a tempo di record in 3 mesi e poté essere inaugurata e ospitare i primi alpinisti il 16 agosto dello stesso anno. L’ubicazione venne scelta al sommo del ghiaioso pendio occidentale del laghetto della Fedaia ad una distanza di 750 mt. dall’attuale confine regionale, in pieno territorio dell’Impero Austro-Ungarico.
La lungimiranza imprenditoriale del Finazzer fu subito premiata con una buona frequentazione soprattutto di tanti escursionisti di varie nazionalità; piano piano poi iniziarono a mostrarsi altri visitatori, anche di lingua italiana: tra gli ospiti che firmarono il libro delle presenze, nel 1886 vi fu anche di Giosuè Carducci, salito da Caprile dove alloggiava all’Albergo alle Alpi di Nina Callegari in contrada San Marco.
Trascorse più stagioni il rifugio fu ceduto a Felice Valentini da Canazei, che probabilmente non era stato estraneo alla primitiva edificazione del fabbricato: i fatti risalgono a circa una dozzina d’anni dopo, contemporaneamente al momento di massima pressione colonialista del governo italiano di Francesco Crispi: infatti è proprio nel 1895 che, sollecitato dal continuo incremento degli alpinisti desiderosi di salire alla Marmolada, l’imprenditore fassano decise di acquisire e promuovere questo punto di riferimento diventato logisticamente importante.
Abbandonata la gestione Finazzer, il nuovo proprietario soprelevò il fabbricato con una ulteriore costruzione arrivando ad una potenzialità, che in origine era di 6 posti letto, ad oltre 25. In quella occasione il rifugio venne singolarmente intitolato al generale Oreste Baratieri di origine trentina, capo del corpo di spedizione italiano in Eritrea. La scelta non venne osteggiata dalle autorità austriache per i buoni rapporti che in quel momento esistevano tra Roma e Vienna unite con la Germania nella Triplice Alleanza.
Invero la denominazione ebbe breve durata in seguito alla tragedia di Adua del 1° marzo 1896 con il massacro di 6000 soldati italiani che la scarsa avvedutezza strategica del comando aveva evidentemente contribuito a provocare. Scosso come tutti coloro che avevano seguito le vicende di quegli anni, in tale occasione Felice Valentini non si perse d’animo e, a scanso d’equivoci, ribattezzò il punto d’appoggio con il suo nome di famiglia: “Rifugio Valentini” divenendo via via nuovo riferimento soprattutto per i salitori della Marmolada provenienti da Caprile o da Pieve di Livinallongo.
Nel caso specifico era stata una sezione bavarese ad avviare l’iter per l’edificazione di questo rifugio, la cui ubicazione era stata prevista su un spalto roccioso a quota 2042 metri, in bella vista del ghiacciaio della Marmolada e in corrispondenza con l’innesto del “Viel dal Pan” o “Bindel Weg”, importante collegamento escursionistico con il Passo Pordoi.
L’impegno fu assunto dalla sezione DuÖAV di Bamberg, che già possedeva la modesta Bamberger Hütte sottostante la Cima del Boè (Gruppo Sella). I lavori vennero avviati poco dopo la tornata del XX° secolo, realizzando fin dal 1903 un punto d’appoggio elegante e funzionale, ben presto pronto ad ospitare oltre 50 alpinisti in netto anticipo sull’apertura definitiva dell’importante via di comunicazione turistico-militare, in uno scenario che doveva modificare l’approccio al magico mondo delle Dolomiti.
È chiaro che la nuova costruzione provocò subito forte concorrenza con il Rifugio Valentini, quest’ultimo in grado di fornire solo una rustica sistemazione, spartana, ma la frequentazione di parte italiana era assai aumentata e il signor Felice poteva far fronte alle esigenze della sua clientela con buoni profitti; si dice tra l’altro che alla Bamberger Haus, così era stato battezzato il rifugio dell’AlpenVerein, non si parlasse che la lingua tedesca e che il trattamento fosse altamente disparitario tra avventori italiani e germanofoni: questo era sicuramente un deterrente per non lasciare il piccolo Rifugio Valentini a sé stesso.
Nella conca della Fedaia i due punti di riferimento convissero per alcuni anni: sicuramente fino al 1905-06 (si ricorda in questo periodo anche la sosta dei partecipanti al XXXVI° Congresso degli Alpinisti Italiani nell’escursione dal Passo Pordoi a Selva di Cadore il 10 ottobre 1905).
Tutto sommato però, nonostante la sempre forte frequentazione turistica di lingua italiana in continua crescita, la competizione obbligò a delle scelte anche per la vetustà dell’edificio costruito, non dimentichiamolo nel 1881, e che aveva ricevuto più lamentele.
Un ammodernamento radicale dunque incombeva ma Felice Valentini non ne aveva né la volontà né i mezzi; la soluzione fu allora che il rifugio passò nuovamente di mano, questa volta a favore di un’associazione: la Società degli Alpinisti Tridentini in quel momento fortemente motivata nella valorizzazione del proprio comprensorio. Nella decisione il sodalizio fu sostenuto dall’appoggio economico della sezione CAI di Venezia, in quell’inizio del secolo al top della penetrazione “lagunare” nelle vallate dolomitiche: si ricorda che risale proprio a quegli anni la costruzione del Rifugio Coldai (1905) e del Rifugio Mulàz (1908).
La progettazione del nuovo edificio venne affidata agli architetti ticinesi e dunque assolutamente neutrali, Antonio Ruggia e Oscar Fontana: essi “inventarono” un nuovo corpo addossato al vecchio rifugio Valentini con una ampia facciata esposta a sud caratterizzata da un grande arco ribassato. La costruzione, più albergo che rifugio, era dotata di un buon profilo prospettico e di un proprio movimento strutturale con varia distribuzione di opere murarie “faccia vista” dall’elegante effetto artistico. Una altana, sopraelevata di un piano sui tre del corpo principale e visibile ben da lungi da ogni direzione di provenienza, completava la costruzione. L’inaugurazione della nuova opera, i cui lavori erano proseguiti per oltre due anni venne fissata per sabato 26 agosto 1908. Per quella giornata la SAT predispose una programmazione proporzionata all’evento con una due giorni in Marmolada anche con salita alla cima principale: partita da Ziano in Val di Fiemme il 26 agosto, la comitiva guidata dal presidente Guido Larcher raggiunse il rifugio accorpandosi agli alpinisti veneti presenti in grande spolvero: per il CAI di Venezia il presidente Giovanni Arduini e vicepresidente Giovanni Chiggiato; nonostante tutto anche l’ostile cav. Cesare Tomè per la Sezione Agordina del CAI unitamente al sindaco di Agordo Celestino Paganini; e ancora professionisti, Guide Alpine, altre autorità di vallata e gentili consorti per oltre un centinaio di intervenuti. Il momento più esaltante fu lo scoprimento di un rosone in pietra lavorata dallo scultore Da Lotto in cui era raffigurato il Leone di S.Marco. Dopo il generale convivio, nel corso del pomeriggio gli intervenuti veneti ridiscesero in valle mentre gli escursionisti trentini pernottarono nel nuovo edificio pronti per la salita alla Marmolada programmata per il mattino del 27 che si svolse felicemente.
Tutto bene dunque? No invece! Per qualche osservatore non troppo distante quell’inaugurazione era sembrata assolutamente sediziosa, piena di irredentismo e di italianità: di un tal affratellamento tra Trentini e Veneziani in territorio austriaco se ne doveva rendere conto anche perché il momento politico non era più quello di 15 anni prima e gli antichi attriti tra la casa regnante dei Savoia e l’antico storico nemico d’oltralpe erano riaffiorati con forza: già da anni le frontiere erano state apprestate da forti difese e la stessa Dolomitenstrasse era stata voluta proprio come via di arroccamento.
Ad aumentare un certo grado di malevolenza, se non di ostilità da parte delle autorità austriache competenti, l’ex rifugio “Baratieri-Valentini-Fedaia” venne altresì correntemente ufficialmente identificato dalla clientela italiana con quello di Albergo Rifugio Venezia, scritta che del resto compariva sul frontespizio del fabbricato, o con l’altro ancor maggiormente provocatorio di “Albergo S.Marco” proprio per il rosone lapideo che abbelliva la facciata principale: così lo segnala anche Giuseppe Feruglio nella sua guida turistica relativa al Cadore, Zoldano, Agordino del 1910 allorché vi transitò per la compilazione del libro.
È quella l’ultima stagione per il punto d’appoggio: nel 1911 il rifugio viene infatti completamente distrutto da un incendio, non sicuramente dovuto ad un corto circuito. Non vengono riscontrate responsabilità di sorta ma il sospetto di un’azione proditoria aleggerà su questa vicenda dai contorni alquanto promiscui.
E nella conca della Fedaia il vento della Guerra tutto incenerì. Come il vecchio rifugio ex-Baratieri: anche la Bamberger Haus, della quale restarono per anni solo le mura dei gabinetti. Passata la tempesta, il turismo e la ricostruzione si rimpossessarono dell’area ai piedi della Marmolada ma via via anche per lasciare spazio allo sviluppo del comparto legato allo sfruttamento idroelettrico con la nascita di un lago che, nel 1956, avrebbe aiutato a dimenticare trent’anni di vicende legate a questo rifugio, le cui ultime tracce, sommerse dalle acque del lago artificiale della Fedaia, si trovano a 250 metri dal corpo della diga di Maria al Lago.
NB: il rifugio Valentini alla Fedaia o albergo-rifugio Venezia era in vista del laghetto all’estremità orientale della conca mentre il nuovo “Venezia” si trovava all’inizio della gola dell’Avisio ora occupata dalla diga; agli inizi della prima Guerra Mondiale la costruzione fungeva da comando austriaco data la sua posizione defilata e protetta, è stato poi utilizzato come rifugio presumibilmente fino agli anni ’50.

 


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